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DISOCCUPAZIONE GIOVANILE: soluzioni o palliativi?

Quella dei disoccupati resta ad oggi una triste realtà del nostro Paese. Le implicazioni della disoccupazione non riguardano semplicemente le, seppur drammatiche, conseguenze a livello socio- economico ma hanno ripercussioni anche e soprattutto sulla sfera individuale se si considera che il lavoro è inteso come parte sostanziale della definizione di sé e tende spesso a rappresentare in toto la nostra identità. E’ quindi l’equazione “mancanza di un impiego = perdita della propria dimensione in relazione al mondo” uno dei drammi che non emerge dai dati a cui spesso ci appelliamo per accusare o semplicemente motivare e giustificare delle dinamiche che riguardano le nostre realtà.
Se di dati si vuol parlare, però, è proprio uno studio recente a rilevare quanto, a livello europeo, la disoccupazione giovanile nel sud Europa resti ancora critica. Secondo lo studio, infatti, la problematica è particolarmente evidente nell’area Euro e a presentare una situazione più preoccupante dell’ Italia restano soltanto Grecia e Spagna.
Sorge, dunque, spontaneo un interrogativo: come mai è proprio la generazione che ha studiato di più nella storia a non trovare un impiego? Ci si potrebbe rispondere che forse la chiave di volta risieda esattamente nel fatto che i nostri giovani posticipano il loro ingresso nel mercato del lavoro per portare a termine i propri percorsi di formazione. E allora: è giusto far passare l’idea che il tempo speso a conseguire, ad esempio, una laurea in realtà sia tempo sprecato?
E siccome un paese civile non può in modo alcuno lasciar trapelare il messaggio che sia proprio la tempistica di formazione personale e professionale a rallentare l’ingresso per un giovane nel mondo del lavoro, non resta che interrogarsi sul perché anche un ragazzo professionalmente formato riscontri poi oggettive difficoltà a trovare un lavoro.
Una possibile risposta potrebbe essere disvelata dalla sensibile distanza riscontrata tra competenza acquisita e richiesta siccome per le aziende la formazione erogata ai giovani è spesso risultata essere troppo teorica e poco pratica e quindi poco conforme all’esigenza di produttività immediata. Si tratterebbe in questo caso, quindi, dell’entità della formazione in sé, poco lungimirante e poco pragmatica, ad essere il centro nodale del problema. Si è lavorato in questo senso, senza dubbio, quando si è pensato ai progetti ambiziosi di Garanzia Giovani e dell’ Alternanza scuola-lavoro, come punti di giunzione tra formazione e realtà lavorativa, progetti che però non hanno ottenuto i riscontri sperati. Per Garanzia Giovani, infatti, sono stati stanziati 1,5 miliardi di euro eppure il programma stenta ancora a prendere piede. Stessa sorte sembra presagirsi per il progetto Alternanza scuola-lavoro, che guarda alla scuola come soggetto e processo essenziale per la formazione di nuove competenze e che mira a combattere la disoccupazione oltre a creare, negli studenti, la consapevolezza e la base delle scelte future che si presenteranno loro. Nonostante le premesse e le intenzioni sembrassero altisonanti ed accattivanti, anche in questo caso l’esito è stato inconcludente in quanto, sebbene il programma sia stato disposto dal 2015 e reso obbligatorio per più classi solo a partire dal 2016, al primo anno di attuazione soltanto uno studente su tre ha avuto un reale contatto con le aziende.
Un ulteriore capo di imputazione è sicuramente rivolto all’estrema rigidità delle regole del mercato del lavoro che rende poco conveniente assumere e licenziare. Certamente la disciplina dell’apprendistato come punto mediazione tra formazione e entrata nel mondo del lavoro poteva rappresentare una risoluzione che teneva conto del gap esistente tra la fine del percorso formativo e l’attività lavorativa, eppure è risultata, in parte, essere un’ulteriore “soluzione-tampone” che ha certamente facilitato l’acquisizione di quella esperienza tanto richiesta in sede di colloqui, eppure non è riuscita a garantire un inserimento a lungo termine dei giovani, se si considera che l’apprendistato è ancora limitato e inattuabile in alcuni settori come ad esempio quello della Pubblica Amministrazione.
Esistono poi delle considerazioni geografiche da fare, in quanto la disoccupazione giovanile italiana è sempre maggiore nelle regioni meridionali; per un giovane del Mezzogiorno, infatti, è quasi impensabile il sogno di affermarsi professionalmente nel posto in cui è nato in quanto si trova dinanzi ad una paradossale “libera scelta indotta” che lo porta, quasi sempre e necessariamente, lontano dai propri affetti; e infine non si può non considerare quella pressione anagrafica per cui, qualora il primo impiego non porti ad un rapporto duraturo e continuativo, il rischio di rimanere imbrigliati in una serie senza fine di lavori precari, di contratti a termine o contratti indeterminati poco vincolanti è molto alto.
Generalmente, allora, nello scoramento più totale, le scelte che si profilano agli occhi di un giovane che cerca di entrare nel mondo del lavoro rimangono di due tipi: o ci si assoggetta a malincuore al diktat “prendere o lasciare” che comporta compensi talvolta ridicoli a fronte di garanzie pressoché inesistenti, oppure si opta per una soluzione “oltre confine”, generando la così chiamata “fuga di cervelli”, ossia talenti che in un paese anti-meritocratico come l’Italia hanno deciso di emigrare e trovare approvazione (declinata, giustamente, secondo compenso salariale dignitoso) all’estero. Tale questione, inutile dirlo, comporta però una perdita di un potenziale umano- intellettivo e professionale- consistente, il quale potrebbe e dovrebbe rappresentare il fiore all’occhiello del nostro Paese. Fatta tale premessa, quindi, lascia perplessi l’idea promossa proprio in questi giorni dal Sottosegretario al Lavoro e alle Politiche Sociali, Bobba, di promuovere una sorta di “Erasmus dell’apprendistato”, ovviamente non retribuito, all’estero. Questa sarebbe un’ottima idea qualora la mobilità dei giovani rappresentasse l’opportunità di crescere a livello professionale per poi spendere il know how acquisito – una volta tornati in Italia – nel Paese e per il Paese, scenario che sappiamo sin da ora essere poco plausibile e che trasforma, quindi, l’intera questione in una scelta poco saggia e per nulla lungimirante se si vuole guardare ai giovani come investimento e risorsa su cui puntare.
Viste le cause e i tentativi di risanare un sistema che, chiaramente, non funziona, le conclusioni da trarre restano poche. Vi è, in primo luogo, l’urgenza di politiche attive che si facciano non solo promotrici ma anche e soprattutto garanti del processo di inclusione dei giovani nel mondo del lavoro e della loro attivazione sociale e che non si esauriscano nella creazione di nuovi precari e di nuovi posti effimeri. Ampliare il panorama applicativo dell’apprendistato, poi, sarebbe già un buon punto di partenza. E’ poi indubbia la necessità di riconsiderare l’attuale norma che regolamenta il lavoro e sposare l’ ottica di provvedimenti capaci di ottemperare ai bisogni di una società che, ricordiamolo, è in continua evoluzione.
Ciò che però dovrebbe rimanere una costante in prospettiva del cambiamento non può non essere l’importanza del valore della meritocrazia, che deve essere nel modo più assoluto la conditio sine qua non attraverso cui promuovere le menti, lasciando che esse emergano e operino per un Paese che non solo vuole essere lungimirante ma che, invece, ambisce all’eccellenza.
Ripensare a nuove soluzioni appare dunque essere un obbligo morale per un Paese civile, perché esso guardi al futuro e, non meno importante, perché si impegni nella salvaguardia della dignità dei giovani italiani, ricchezza potenziale del domani.

Roma, 15 Maggio
Il Segretario Generale CISA
Vincenzo Florio

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IN ARCHIVIO IL VERBALE UNICO DI ACCERTAMENTO

La circolare n.120 del 13 aprile emessa dall’Ispettorato Nazionale del lavoro rielabora la procedura di verbalizzazione degli accertamenti ispettivi, archiviando il verbale unico di accertamento in materia di lavoro e previdenziale previsto dall’articolo 13 del d.lgs. 124/2004.
Nella suddetta circolare, conseguente al protocollo d’intesa sottoscritto con l’Istituto Nazionale Previdenza Sociale il 21 febbraio 2017 (in cui viene disciplinata la collaborazione tra INL e l’INPS in materia di vigilanza ispettiva riguardo la contribuzione obbligatoria),vengono definite le linee guida riguardo l’organizzazione e la programmazione dell’attività ispettiva a livello nazionale e regionale.
Nella circolare viene indicata la composizione delle Commissioni Regionali, costituite da quattro rappresentati dell’ Inl e altrettanti dell’INPS, che sono tenute a riunirsi due volte al mese per programmare ed organizzare l’attività ispettiva.
Per quanto concerne gli accertamenti che si propongono di verificare l’assolvimento degli obblighi di contribuzione previdenziale, la circolare individua tre fonti informative:
– Soggetti contribuenti da verificare attraverso sistemi di comunicazione interni all’INPS, che comprendono anche i comportamenti ascrivibili al reato di danno allo Stato e all’ INPS;
– Settori produttivi individuati dalla Commissione centrale ed, eventualmente, attuati dalle Commissioni Regionali;
– Settori produttivi individuati dalla commissione regionale su segnalazione di amministrazioni pubbliche, organismi investigativi e di controllo, organizzazioni di rappresentanza di lavoratori o di datori di lavoro.

Altra novità sostanziale riguarda la nuova disciplina relativa alla procedura di verbalizzazione e notificazione degli accertamenti (sia di natura lavoristica che previdenziale e assicurativa). In merito a ciò, si evidenzia l’applicazione della “verbalizzazione unica” alla sola materia sanzionatoria amministrativa e non già alla disciplina contributiva e dei premi assicurativi non dichiarati o dell’evasione contributiva. Resta comunque la possibilità per l’ispettore di notificare verbali distinti, qualora la notificazione di un unico verbale non sia possibile per ragioni logistiche in merito ad accertamenti che mirino alla verifica di aspetti di natura sia lavoristica che assicurativa e previdenziale, considerata soprattutto la diversa tempistica che tali procedure di accertamento e destinatari dei suddetti verbali richiedono.

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INTERPELLI: QUESITI SENZA RISPOSTA

Il diritto di interpello è un istituto regolamentato dall’articolo 21 della legge n. 143/1991 e rielaborato a seguito della legge del 27 luglio 2000, n. 212 (che sancisce disposizioni in materia di Statuto di diritti del contribuente).
L’interpello rappresenta la possibilità per il contribuente di chiedere un parere all’Amministrazione Finanziaria, mediante un’istanza, prima di attuare uno specifico comportamento qualora vi siano incertezze circa l’applicazione della normativa tributaria vigente.
Nel tempo il contribuente ( datore di lavoro, azienda o operatori del settore) ha potuto contare sulle risposte celeri da parte dell’ufficio preposto in materia di interpello. Con il Jobs act, però, la situazione è cambiata: l’istituzione dell’Ispettorato nazionale del lavoro ( verso cui sono stati trasferiti 5.756 dipendenti del dicastero), la soppressione della Direzione generale per l’attività ispettiva (a cui venivano in passato sottoposte le istanze di interpello), e la modifica dell’art.9 del d.lgs. 124/2004 hanno comportato, a partire dal 2017, la temporanea assenza di un ufficio competente incaricato della gestione delle istanze di interpello.
In linea generale gli interpelli dovranno essere inoltrati al Ministero del Lavoro, scelta motivata dalla volontà di garantire una maggiore regolamentazione dei rapporti di lavoro e non di una mera verifica degli stessi (appannaggio esclusivo dell’Ispettorato); è per tale motivo che la gestione degli interpelli sarà demandata alla Direzione generale dei rapporti di lavoro e delle relazioni industriali (che andrà a sostituire l’attuale Direzione generale della tutela delle condizioni di lavoro e delle relazioni industriali).
Malgrado la chiarezza dei prospetti logistici futuri, ad oggi l’iter organizzativo-normativo è ancora in corso di definizione; in attesa dell’emanazione del decreto del presidente della Repubblica che ponga in essere, finalmente, la nuova gestione degli interpelli, il Ministero si propone di emanare un provvedimento che affidi nell’immediato la gestione degli interpelli alla nuova Direzione generale (anticipando così l’assetto futuro dal punto di vista pragmatico) e che preveda inoltre il supporto dell’Ispettorato nella gestione dell’istituto (supporto che a sua volta, però, dovrà essere disciplinato da un ulteriore provvedimento).
In buona sostanza, dunque, i contribuenti dovranno aspettare ben tre provvedimenti, i cui tempi di emanazione restano tuttora incerti, mentre appare chiara l’urgenza di una soluzione immediata che permetta ai contribuenti di beneficiare di un diritto di cui essi godono ma che, ad oggi, risulta essere inapplicabile nella pratica.

Comunicati Stampa

I NUOVI VOUCHER: dichiarazione del Presidente Generale C.I.S.A.

“Tanti  gli errori commessi dal governo nella vicenda voucher, primo fra tutti l’assenza di un confronto con le parti sociali che ha impedito la ricerca di soluzioni condivise. Tuttavia il testo approvato in commissione bilancio risponde in termini positivi alla necessità di nomare il lavoro occasionale e segna un deciso passo avanti nella lotta al lavoro nero”. Queste le parole di Vincenzo Florio, Presidente Generale della C.I.S.A.– Confederazione Italiana Sindacati Autonomi in merito al reintegro dei nuovi buoni lavoro.

 “Va, innanzitutto, apprezzata la scelta di distinguere tra lavoro occasionale utilizzato dalle famiglie e quello previsto per le micro-imprese” –  aggiunge il Presidente riguardo la nuova disciplina del lavoro occasionale, evidenziando che – è una grande vittoria del mondo del lavoro il fatto che,  per prestazioni fino a quattro ore continuative, sia previsto un compenso di 36 euro, eliminando di fatto il bonus orario che era divenuto una sorta di salvacondotto per chi utilizzava il lavoro nero”.

Per Vincenzo Florio, la  novità che i nuovi bonus possano essere attivati solo attraverso la piattaforma informatica dell’INPS va nella direzione della massima trasparenza  e sottolinea quanto, con la nuova norma, siano sensibilmente migliorate le tutele per i lavoratori.

Per quanto riguarda l’agricoltura, dichiara inoltre il Presidente della  C.I.S.A., le norme proposte restringono il campo di applicazione e sarà compito delle parti sociali definire con le controparti il valore orario delle prestazioni. “Per chi si è battuto contro l’utilizzo generalizzato dei voucher, per chi ha scioperato contro il lavoro nero che si nascondeva dietro il buono da 10 euro”- conclude dunque Florio – “ questa norma rappresenta un importante passo avanti verso la trasparenza e una maggiore tutela delle persone”.

Roma, 21 giugno 2017

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VOUCHER:

ARRIVA IL LAVORO A CHIAMATA SEMPLIFICATO.

 

Il voucher nasce con l’intento di regolarizzare la retribuzione del lavoro occasionale, favorendo la regolarizzazione di mansioni troppo spesso legate al lavoro sommerso. Il campo di applicazione dei buoni lavoro al momento della loro comparsa (avvenuta nel 2003) era limitato, ma ha conosciuto nel tempo un consistente ampliamento (più precisamente con la legge Fornero del 2012) che ha indiscutibilmente portato lo strumento di retribuzione dei voucher ad un utilizzo sempre maggiore e spesso distorto: se inizialmente i voucher erano utilizzati esclusivamente per difendere le categorie di lavoratori considerati più deboli, si è finito con l’impiegare il sistema voucher in sostituzione ai rapporti di lavoro ordinari.

Tale uso distorto e talvolta smodato è stato, difatti, una delle cause fondamentali dell’abrogazione dei voucher avvenuta lo scorso 17 Marzo. Questa abolizione improvvisa, per la quale non è stato contemplato un periodo transitorio, ha lasciato un grave vuoto normativo riguardo alla regolarizzazione del lavoro occasionale ed accessorio che, in una realtà particolare come quella italiana, rischia di essere premessa di ulteriore lavoro nero.

Molti i settori gettati nello scompiglio dalla scomparsa dei buoni lavoro: l’agricoltura, il turismo, lo stewarding delle manifestazioni culturali e persino i pubblici servizi (colf/ badanti, insegnanti, lavoratori agricoli, guardiani e camerieri sono stati infatti costanti beneficiari di questo sistema) si son trovati improvvisamente sprovvisti di un istituto che tutelasse il lavoro occasionale. Tale lacuna è da considerarsi ancor più preoccupante in vista delle assunzioni stagionali dell’estate 2017 per cui si attendono chiare risoluzioni in merito alle modalità sostitutive atte a salvaguardare quegli episodi lavorativi che altrimenti potrebbero essere causa di lavoro sommerso.

Le risposte del Governo in merito alla formulazione di strumenti diversificati che soddisfino le esigenze eterogenee del lavoro occasionale sono però ancora troppo indefinite. L’incontro tra Governo e parti sociali sembra essersi comunque risolto nella volontà di formulare una nuova normativa entro il 15 maggio da mettere a disposizione di famiglie e piccole imprese.
Le alternative vagliate dal Governo per l’impiego occasionale sarebbero rappresentate dall’istituzione di buoni famiglia destinati, per l’appunto, alle famiglie e la riformulazione del contratto a chiamata per quanto concerne le imprese.

Il “contratto a chiamata” (altresì detto- “job on call” o “contratto a intermittenza”) è un istituto introdotto nel 2003 e poi modificato dal Jobs act. Le differenze tra contratto a chiamata e voucher sono molteplici: innanzitutto il contratto a chiamata, ad oggi, è applicabile solo a lavoratori con età inferiore ai 25 anni e superiore ai 55, comporta costi maggiori per le aziende a fronte dei 10 euro nominali dei voucher e prevede l’obbligo di assunzione con contratto stabile (full-time e a tempo indeterminato) nel caso in cui il lavoratore assunto superi le 400 giornate lavorative nell’arco di tre anni solari ( fatta eccezione per i settori del turismo, dello spettacolo e dei pubblici esercizi).

Alla luce dei vari limiti che il contratto a chiamata attualmente prevede, la totale rielaborazione e semplificazione di tale istituto diventa un’urgenza affinché diventi uno strumento efficace e funzionale che miri alla politica dell’occupazione e del mercato del lavoro per quelle mansioni che, con i voucher, venivano tutelate senza discriminazioni. Le intenzioni del Governo in merito sembrano essere quelle, appunto, di mantenere il tetto massimo delle 400 giornate lavorative dopo le quali vige l’obbligo di assunzione del lavoratore mentre ci sarebbe l’intenzione di istituire il lavoro a chiamata per tutti, senza alcun vincolo d’età.

Restano tuttavia perplessità in merito alla reale efficacia di questo istituto: il contratto a intermittenza potrebbe comunque rappresentare , infatti, uno specchio per le allodole in quanto, dati i presupposti attuali, non prevede alcuna tracciabilità del rapporto di lavoro per ciò che concerne i termini delle prestazioni lavorative e, comunque, comporta una spesa sensibilmente maggiore da parte dell’azienda che assume il lavoratore. Qualora il contratto a chiamata rappresenti la reale alternativa al voucher risulta improrogabile un restyling completo dell’istituto.
Nella ricerca di una valida soluzione, occorre che il Governo tenga ben presente la necessità di una celere definizione di una alternativa che risponda ai criteri di flessibilità, immediata fruibilità, semplice applicabilità e trasparente tracciabilità dello strumento contrattuale che si intenderà utilizzare per scongiurare il pericolo che alcuni rapporti lavorativi finiscano con il risolversi illegalmente a discapito della tutela dei lavoratori.

Comunicati Stampa

Uso improprio dei Voucher.

Il Voucher è uno strumento nato per regolarizzare la retribuzione del lavoro occasionale e non certo per sostituire gli ordinari rapporti di lavoro disciplinati dai contratti nazionali di categoria già esistenti.

Questa la posizione di Vincenzo Florio il quale, nella sua qualità di Presidente Nazionale della C.I.S.A. (Confederazione Italiana Sindacati Autonomi), esprime il suo disappunto sull’uso improprio che il Buono Lavoro ha avuto nel corso di questi anni:
“Il Voucher è nato allo scopo di contrastare il lavoro nero e difendere le categorie considerate più deboli nel mercato del lavoro, mentre, invece dopo la Legge Fornero del 2012, che ha superato i vincoli riguardo all’uso pratico, lo stesso, si sta sostituendo ai rapporti di lavoro ordinari, nonché a quelli a termine e stagionali. Infatti, con i dati riportati nel 2016 dall’attività di vigilanza svolta proprio dal Ministero del Lavoro è stato accertato l’utilizzo improprio dei Voucher in moltissimi casi”.


Il Presidente fa rilevare come nella pratica si segnala il frequente utilizzo dei voucher per la regolarizzazione apparente di rapporti di lavoro caratterizzati da esclusività e continuità della prestazione, non compatibili con i limiti di remunerazione premessa dai buoni lavoro facendo passare un rapporto di lavoro che è in parte a nero per un rapporto del tutto regolarizzato:
“Il lavoro con i voucher, non essendo regolato come un normale rapporto di lavoro, si presta ad un uso illecito, e serve troppo spesso a dare una copertura di pseudo legalità al rapporto di lavoro, ma gran parte della retribuzione è tutta in nero, con evasione di imposte (IRPEF) e contributi (INPS)”.


Inoltre, il Presidente Florio ritiene che, con la norma contenuta nel Jobs Act, la quale impone l’obbligatorietà di comunicare l’inizio della prestazione alla Direzione Territoriale del lavoro competente, si possa contribuire a limitare l’uso improprio dei voucher:
“L’obbligo di informare dell’inizio del rapporto di lavoro le Autorità preposte è stato senza dubbio un grande passo in avanti che potrà permettere di arginare l’uso improprio dei voucher che ha dato vita in questi ultimi anni ad una forma di evasione fiscale e contributiva, nonché ad una lesione dei diritti dei lavoratori”.


Ad ogni modo, il sig. Florio si associa alle dichiarazioni del Ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, secondo il quale la norma sui voucher deve essere modificata e deve essere drasticamente limitato il suo uso solo alle famiglie in caso di piccoli lavori e non anche alle imprese che hanno i loro contratti di lavoro:
“I voucher devono tornare ad essere usati solo in determinati casi, ovverosia nell’ambito dei rapporti di lavoro occasionale di tipo accessorio per la cui regolarizzazione sono stati introdotti”.

Roma, 06.03.2017

Comunicati Stampa

Dichiarazione del Presidente Nazionale C.I.S.A.

“L’uso improprio dei voucher e il referendum promosso dalla Cgil hanno indotto il governo a compiere una scelta infelice: eliminare del tutto l’opportunità di utilizzare questo strumento per remunerare in modo trasparente il lavoro accessorio e occasionale”.

Queste le parole di Vincenzo Florio, Presidente Nazionale della C.I.S.A., Confederazione Italiana Sindacati Autonomi, sul via libera del Consiglio dei Ministri al decreto legge che abolisce i voucher. “La scelta del governo apre, ora, un grave vuoto legislativo che, in un mercato del lavoro distorto come quello italiano, rischia di essere premessa di ulteriore lavoro nero. Nel settore agricolo” – prosegue Florio- “tale rischio è evidente.

Dal 2010 abbiamo scioperato e manifestato contro l’abuso dei voucher ottenendo, per legge, il loro uso limitatamente a studenti e pensionati. Per questo non abbiamo condiviso la scelta referendaria della Cgil”. Florio, dunque, lancia un appello alle organizzazioni datoriali affinché ci si impegni in una concertazione con le organizzazioni sindacali al fine di giungere alla valutazione e alla definizione di possibili scenari risolutivi, sottolineando che “la C.I.S.A è disponibile a individuare con il sistema delle imprese agricole tutte le soluzioni utili, da proporre al legislatore, per una gestione trasparente e condivisa del mercato del lavoro agricolo”.

Comunicati Stampa

Pugno duro contro il “caporalato”.

Pugno duro contro il grave fenomeno del “caporalato” che potrà essere debellato sia con l’utilizzo della legge n.199 del novembre 2016, che inasprisce le sanzioni per chi commette il reato dell’intermediazione illecita e dello sfruttamento del lavoro, sia con il protocollo firmato a maggio 2016, il quale prevede la realizzazione di progetti concreti per il miglioramento delle condizioni di accoglienza dei lavoratori, nonchè mediante le denunce dei singoli cittadini.

E’ questa la posizione espressa dal Vincenzo Florio, nella sua qualità di Presidente Nazionale della C.I.S.A. (Confedereazione Italiana Sindacati Autonomi), il quale ha dichiarato:
“Gli episodi di cronaca accaduti pochi giorni fa, che hanno visto morire due operai che vivevano e lavoravano nel “Gran Ghetto” delle campagne di San Severo, zona del foggiano, sono inaccettabili per una società civile come la nostra. Ed è per questo che occorre combattere con tutti i mezzi e strumenti possibili il fenomeno del “caporalato”, permettendo così ai più deboli di essere tutelati e difesi dallo sfruttamento e dalle violenze sul lavoro”.

Il Presidente, dunque, fa sapere che non ci saranno sconti né tolleranze nei confronti di coloro i quali, operando in un sistema di criminalità organizzata, agiranno in dispregio dei diritti dei lavoratori braccianti agricoli:
“E’ necessario contrastare e punire severamente chi specula sui bisogni della povera gente costringedola, oltretutto, a vivere in condizioni disumane per tutta la durata della raccolta e retribuendola, per di più, con misere paghe. Per questo è importante che le Autorità, gli Enti nazionali e regionali, i Sindacati e le Forze dell’Ordine operino mediante una capillare rete organizzata su tutto il territorio, al fine di individuare e debellare tutte le forme di sfruttamento del lavoro, di violenze sui singoli lavoratori e le situazioni di degrado della vita di questi ultimi”.

Il Presidente Florio, inoltre, è convinto che, prima ancor di reprimere il fenomeno del caporalato, è di vitale importanza prevenirlo, anche attraverso la collaborazione di tutte le istituzioni preposte le quali, insieme, devono creare le condizioni tali per cui, soprattutto nei territori in cui il lavoro nero è più diffuso, si sviluppi un mercato di lavoro libero e trasparente che permetta ai braccianti agricoli di lavorare secondo quanto previsto e disciplinato nei contratti nazionali di categoria e, al contempo, di far vivere loro in condizioni degne di un essere umano:
“Per quel che ci riguarda, come confederazione C.I.S.A , proponiamo che si realizzino azioni concrete atte a migliorare le condizioni dei lavoratori e che, allo stesso tempo, tolgano spazio a chi agisce da vero e proprio criminale.

In primis, è importante partire dallo sgombero dei ghetti situati nelle campagne in modo che i lavoratori non siano più sottomessi ai loro caporali. Inoltre, la rete di cooperazione tra le istituzioni deve mettere a disposizione risorse economiche per offrire servizi pubblici di trasporto dei braccianti fino al luogo del lavoro, alloggi pubblici per il tempo necessario di raccolta, uno sportello di assistenza legale che li aiuta comprendere quali siano i loro diritti e, in caso di lavoratori stranieri, organizzare anche corsi di lingua italiana per una migliore integrazione nella nostra società. Le risorse non mancano! Tuttavia, si deve capire che l’affiancamento delle istituzioni durante l’espletamento delle attività di lavoro contribuirà a prevenire il fenomeno del caporalato in quanto, in questo modo, i criminali saranno sempre più isolati e troveranno sempre meno spazio per fare i loro sporchi giochi sulla pelle della povera gente”.

Infine, il Presidente Florio, sensibilizza ogni singolo cittadino a denunciare alle Autorità presenti sul posto ogni forma di abuso e di illegalità sul lavoro, in modo tale da arginare il più possibile questi fenomeni di illegalità diffusa di cui i lavoratori agricoli sempre più spesso sono vittime nel nostro paese:
“Invito ogni singolo cittadino a non ignorare situazioni che riguardano lo sfruttamento del lavoro nero, la permanenza dei lavoratori in condizioni disumane nei ghetti delle campagne ma, al contrario, a denunciarle alle competenti autorità al fine di permettere a queste ultime di operare attraverso gli strumenti legislativi disponibili, nonché di attivare il protocollo contro il caporalato e lo sfruttamento del lavoro in agricoltura per punire severamente coloro che violano la legge.
In questo modo tutti noi saremmo controllori di fenomeni di criminalità organizzata esistenti sul nostro territorio e, di conseguenza, contribuiremmo attivamente a riportare la legalità nel mercato del lavoro agricolo”.

Roma, 06.03.2017